Due donne uccise in due giorni.
Due donne uccise. In due giorni.
Due nomi, due corpi, due storie che non potranno più essere vissute.
Due vite spezzate dalla stessa matrice: la violenza maschile sulle donne.
Ed oggi non possiamo limitarci al dolore.
Oggi siamo arrabbiate.
Siamo stanche.
E siamo profondamente indignate.
Perché ogni volta che una donna viene uccisa, si parla di tragedia.
Ma questa non è una somma di tragedie.
È un sistema.
È un’emergenza strutturale che non incontra mai risposte all’altezza della sua gravità.
I femminicidi non accadono all’improvviso.
Non sono fulmini a ciel sereno.
Sono il risultato di una catena di segnali ignorati, di silenzi complici, di protezioni mancate.
Accadono in un contesto che ancora oggi considera la libertà femminile una minaccia, e il controllo maschile una norma accettabile.
Chi uccide una donna non è malato. È autorizzato.
Autorizzato da una cultura che giustifica, minimizza, deride la violenza.
Autorizzato da uno Stato che spesso interviene troppo tardi — o non interviene affatto.
Oggi chiediamo con forza: quante donne devono morire ancora?
Quante donne devono morire perché si capisca che questa non è un’urgenza da gestire con dichiarazioni e minuti di silenzio, ma con azioni immediate, coordinate, strutturali?
Chiediamo fondi stabili e adeguati per i Centri antiviolenza.
Formazione obbligatoria e specialistica per chi raccoglie denunce.
Educazione di genere, affettiva, sessuale nelle scuole.
Protezione reale per chi chiede aiuto.
E una narrazione diversa, che smetta di chiamare tragedia ciò che è un crimine.
*Due donne uccise in due giorni. E domani?
Noi continueremo a lottare. Ma da sole non possiamo.
Questo Paese deve decidere da che parte stare.